Ormai accertata dalla musicologia nazionale e internazionale è la prorompente presenza del teatro d’Opera a Napoli e nei centri più vivi del Viceregno, fatto di Commedie e Drammi per musica con declinazioni profane, sacre o a indirizzo morale. Il XVIII secolo rappresentò un’epoca di profondi mutamenti per il Viceregno napoletano. Il gusto predominante a corte subì una trasformazione significativa, poiché l’influenza francese nei divertimenti musicali si rivelò nettamente più accattivante rispetto alla tradizione spagnola incentrata su tornei, prove di forza e abilità cavalleresche. I Viceré, lasciandosi avvolgere dal gusto d’oltralpe, sia a corte che fuori palazzo, indirizzano ogni tipo di energie per dare forma a quella suggestione che offrirà a Napoli la ribalta internazionale: l’Opera.
Per intuire l’indiscutibile spessore dell’attività operistica nella capitale basta leggere una lettera del giovane Wolfgang Amadeus Mozart indirizzata al padre Leopold qualche anno più tardi del 1770, anno in cui i Mozart lasciano Napoli: «… Ho un’indescrivibile brama di scrivere ancora una volta un’opera e quando avrò scritto l’opera per Napoli, mi si ricercherà ovunque […] con un’opera a Napoli ci si fa più onore e credito che non dando cento concerti in Germania…».
L’Opera diviene l’intrattenimento prediletto della corte e in essa si proiettano le progettualità culturali, politiche e ideologiche. Il San Bartolomeo, teatro annesso a Palazzo Reale, diviene il tempio del dramma per musica: saranno 143 i drammi per musica messi in scena al San Bartolomeo dall’inizio del XVIII secolo alla sua chiusura. Non è solo al suo interno che si rappresentano le opere: anche i palazzi nobiliari divengono sedi per accogliere tali performance, tra cui il palazzo dei Carafa a Maddaloni, quello dei Di Sangro a Torremaggiore, il palazzo di Domenico Cattaneo principe di San Nicandro, il palazzo di Ferdinando Colonna di Stigliano.
I riti e gli spettacoli per la promozione spirituale proposti dalla Chiesa e dalle congregazioni, dai contenuti agiografici e moraleggianti, ebbero lo stesso scopo: detenere in maniera carsica il potere utilizzando l’attrattiva magnificenza dell’arte barocca. Le macchine spettacolari e le elaborazioni artistiche contribuivano a creare un ambiente suggestivo e coinvolgente, avvolgendo i fedeli in un’esperienza estetica e spirituale unica, immersi in rituali che andavano al di là della semplice celebrazione religiosa.
Programma:
Jean-Philippe Rameau (1683-1764) — Ouverture in Sol magg., da “Les Indes galantes”
Leonardo Leo (1694-1744) — Tuona il ciel, aria da “Argene”; Proverai d’un re lo sdegno, aria di Siface; Manca sollecita, aria da “Il Demetrio”
Jean-Baptiste Lully (1632-1687) — Chaconne des Scaramouches, da “Le Bourgeois Gentilhomme”
Francesco Durante (1684-1755) — Qual nocchier, dall’oratorio “Sant’Antonio da Padova”
Alessandro Scarlatti (1678-1741) — Dormi o fulmine di guerra, dall’oratorio “Giuditta”
Jean-Philippe Rameau — Danse du grand calumet de paix, da “Les Indes galantes”; Entrée de Polyhymnie et des Muses, Contredanse, da “Les Boréades”
Johann Adolf Hasse (1699-1783) — Mea tormenta, properate, dall’oratorio “Sanctus Petrus et Sancta Maria Magdalena”
Interpreti:
Filippo Mineccia, controtenore
LA CONFRATERNITA DE’ MUSICI
Cosimo Prontera, cembalo e direzione
Raffaele Tiseo, violino principale
Gabriele Politi, Lorenzo Marquez, violini primi
Federico Valerio, Cristiano Brunella, Lola Ottoni, violini secondi
Pasquale Lepore, viola
Fabio De Leonardis, Cristiano Rodilosso, violoncelli
Maurizio Ria, violone
Giulia Bonomo, fagotto
Simone Colavecchi, tiorba e chitarra barocca
Conduce: Antonio Celeste


