DON LIONARDO E IL CARO SASSONE

Siamo nel 1718 e probabilmente fu il cavalier
Nicolini, il castrato Nicola Grimaldi, a proporre a
Leonardo Leo di riadattare il Rinaldo di Haendel
che molti consensi gli aveva procurato in
Inghilterra, avendo recitato nei panni del paladino
di Francia. Certamente Don Lionardo, con una
carriera in ascesa, non si era accostato al lavoro
pensando alle molte speculazioni musicologiche
che i nostri tempi avrebbero prodotto, ma più
semplicemente per assecondare l’intuizione
dell’impresario del Teatro San Bartolomeo,
il potente Angelo Carasale, probabilmente
incoraggiato ed incalzato anche lui dal Nicolino
che aveva portato in Italia la partitura del Rinaldo
ad insaputa di Haendel. Entrambi erano certi del
successo che questo “pasticcio” avrebbe portato
con i relativi introiti economici. All’operazione
vi parteciparono, con alcuni innesti di arie,
Francesco Gasparini, Giuseppe Maria Orlandini,

Giovanni Porta, Domenico Sarro e Antonio Vivaldi.
Haendel visse in Italia dal 1706 al 1710 le città che
lo ospitarono furono Firenze, Roma – dove era
stato apprezzato da Pietro Ottoboni, Benedetto
Pamphilj, Carlo Colonna – Napoli e Venezia.
Affinò la sua tecnica compositiva conoscendo e
frequentando molti compositori e personaggi
posti nei punti apicali della produzione musicale
italiana. Celebre l’aneddoto che vede Arcangelo
Corelli, maestro di concerto del Cardinale
Ottoboni, dirigere il primo importante lavoro
italiano di Haendel l’oratorio Il trionfo del tempo
e del disinganno con l’autore che sedeva al
basso continuo dando segni di insofferenza
per il modo con cui Corelli stava affrontando
l’ouverture iniziale. Corelli gli rispose: “Ma, caro
Sassone, questa vostra musica è nel stylo Francese,
di ch’io non mi intendo”, ottenendo infine che
l’ouverture stessa venisse sostituita da una

sinfonia nello stile italiano. Va da se che Corelli si riferiva alle origini tedesche di Haendel e può darsi che l’episodio narrato da John Mainwaring primo biografo del compositore tedesco, non sia una leggenda: probabilmente il Sassone si era lasciato prendere la mano dal sontuoso organico orchestrale che gli era stato messo a disposizione.
I suoi continui viaggi nella penisola lo portarono a Napoli nel luglio 1708 e col sostegno di Aurora
Sanseverino, tra le figure più influenti e tra i mecenati più in luce che Regno abbia avuto, viene rappresentata la prima assoluta della serenata Aci e Galatea. Probabilmente Don Lionardo e il Sassone non si incontrarono mai – Leo aveva 14 anni quando fu messa in scena la serenata e ne aveva 24 quando gli fu richiesto di riadattare il Rinaldo – ma gli rimasero ben fissate le lezioni sull’orchestrazione che aveva assorbito direttamente o indirettamente da Haendel tanto da sfoderarle nelle arie di Demonio (Colla forza e cogl’inganni) e di Angiolo (Dell’inferno la vana follia) nella sua Maddalena.

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